Quando le gengive sanguinano, sembrano ritirarsi oppure alcuni denti iniziano a muoversi, una delle domande più comuni è: chi cura la parodontite, il dentista oppure il parodontologo? Prima di rispondere è utile chiarire un aspetto terminologico. La parodontite, una malattia infiammatoria che interessa i tessuti che sostengono i denti, tra cui gengiva, legamento parodontale e osso.
Il dentista può diagnosticare e trattare le malattie parodontali. Nei casi più complessi può essere indicato affidare alcune fasi del percorso a un odontoiatra con competenze approfondite in parodontologia, spesso definito parodontologo. La stessa Società Italiana di Parodontologia e Implantologia chiarisce che diagnosi e terapia parodontale possono essere eseguite dagli odontoiatri legalmente abilitati all’esercizio della professione.
Presso La Scala Centro Odontoiatrico a Pistoia, prevenzione e parodontologia rientrano tra le aree a cui viene dedicata particolare attenzione, attraverso valutazioni del parodonto, protocolli di prevenzione e gestione professionale dell’igiene orale.
Capire chi deve occuparsi del problema è importante, ma lo è ancora di più comprendere che la parodontite richiede un percorso costruito sulla situazione del singolo paziente.
Cosa significa realmente cura la parodontosi e perché oggi si parla di parodontite?
La parola “parodontosi” continua a essere utilizzata da molti pazienti, soprattutto quando si parla di gengive ritirate, perdita di osso o denti che sembrano diventare più mobili. Nella terminologia odontoiatrica attuale, tuttavia, si parla soprattutto di parodontite o malattia parodontale.
La parodontite è una patologia infiammatoria che interessa i tessuti che circondano e sostengono il dente. Non riguarda quindi solamente la gengiva visibile allo specchio. Se la malattia progredisce, può verificarsi una perdita dell’attacco che mantiene il dente stabile e una progressiva riduzione dell’osso circostante.
In condizioni di salute esiste un piccolo spazio tra dente e gengiva chiamato solco gengivale. Quando la parodontite determina una perdita di sostegno, questo spazio può approfondirsi e trasformarsi nella cosiddetta tasca parodontale. La sua profondità viene valutata mediante una sonda utilizzata durante l’esame parodontale.
Per questo parlare di cura la parodontite non significa semplicemente effettuare una normale pulizia dei denti. Prima di tutto occorre capire se è presente una gengivite superficiale oppure una vera parodontite, quanto è estesa, quali denti sono coinvolti e quali fattori possono favorirne la progressione.
Tra i segnali che meritano una valutazione troviamo, ad esempio:
- sanguinamento gengivale durante lo spazzolamento;
- gengive arrossate o gonfie;
- recessioni gengivali;
- alito cattivo persistente;
- sensazione che alcuni denti si siano spostati;
- aumento degli spazi tra i denti;
- mobilità dentale;
- fastidio durante la masticazione.
Non sempre, però, la parodontite provoca dolore. Proprio questa caratteristica può portare alcune persone a sottovalutarla per molto tempo.
È quindi sconsigliato tentare di stabilire autonomamente la gravità del problema osservando soltanto le gengive. Collutori, prodotti acquistati online o rimedi casalinghi possono modificare temporaneamente alcuni sintomi, ma non permettono di valutare il livello di supporto dei denti e non sostituiscono una diagnosi odontoiatrica.
Chi cura la parodontite: può occuparsene il dentista?
Sì. Un odontoiatra può occuparsi della diagnosi e della terapia delle malattie parodontali. La Società Italiana di Parodontologia e Implantologia specifica infatti che diagnosi e terapia parodontale sono riservate agli odontoiatri abilitati, senza che sia obbligatorio rivolgersi in ogni caso a una figura distinta dal proprio dentista.
Durante una normale visita odontoiatrica possono già emergere alcuni segnali che fanno sospettare una malattia parodontale. Il dentista può osservare il sanguinamento delle gengive, eventuali recessioni, accumuli di placca e tartaro, mobilità degli elementi dentali o altri cambiamenti dei tessuti.
Quando esiste un sospetto, è però importante passare da una semplice osservazione a una valutazione parodontale vera e propria. Questa può comprendere il sondaggio gengivale, la raccolta di parametri clinici e, quando indicato, esami radiografici utili per valutare il livello dell’osso che sostiene i denti.
Il dentista può quindi:
- riconoscere la presenza della patologia;
- stabilire quali approfondimenti siano necessari;
- valutare i fattori di rischio individuali;
- impostare il percorso terapeutico;
- coordinare l’attività dell’igienista dentale;
- effettuare o programmare eventuali terapie parodontali più complesse.
In molti casi la prima parte del trattamento consiste nel controllo dell’infiammazione e del biofilm batterico, associato al miglioramento dell’igiene orale quotidiana. La terapia della parodontite viene infatti organizzata in diverse fasi e può comprendere una terapia non chirurgica, seguita da rivalutazioni e, quando necessario, ulteriori procedure.
Per il paziente, quindi, il punto di partenza può essere tranquillamente il proprio odontoiatra. Sarà poi il professionista a stabilire se la situazione può essere gestita direttamente o se sia opportuno coinvolgere un collega con una preparazione particolarmente approfondita nell’ambito della parodontologia.
Ciò che conta non è tanto cercare autonomamente un’etichetta professionale, quanto ricevere una diagnosi completa e un piano di trattamento coerente con lo stadio della malattia.
Cosa fa il parodontologo e quando può essere indicato?
Con il termine parodontologo si indica generalmente un odontoiatra che dedica una parte rilevante della propria attività alla diagnosi e al trattamento delle malattie parodontali e possiede competenze approfondite nella gestione dei tessuti che sostengono denti e impianti.
Il suo intervento può diventare particolarmente utile quando la situazione presenta elementi di maggiore complessità. Non significa che ogni sanguinamento gengivale richieda necessariamente questo tipo di percorso, ma che alcune condizioni possono beneficiare di una valutazione più approfondita.
Può accadere, per esempio, quando sono presenti tasche parodontali profonde, perdita importante di supporto osseo, mobilità dentale, difetti ossei complessi oppure zone che non rispondono adeguatamente alla prima fase della terapia.
Le attuali indicazioni terapeutiche prevedono infatti una rivalutazione dopo il trattamento iniziale. Se rimangono tasche profonde o aree con sanguinamento e infiammazione, può essere necessario procedere con ulteriori interventi, che in determinati casi comprendono anche procedure chirurgiche parodontali.
Il parodontologo può quindi occuparsi di terapie quali:
- trattamento non chirurgico di situazioni parodontali complesse;
- valutazione delle tasche residue;
- procedure chirurgiche di accesso;
- terapie rigenerative dei tessuti parodontali, quando indicate;
- gestione delle recessioni gengivali;
- mantenimento e controllo nel lungo periodo.
Nei casi avanzati può essere inoltre necessario coordinare la parodontologia con altre branche dell’odontoiatria, soprattutto quando la perdita di supporto ha provocato spostamenti dei denti, problemi nella masticazione oppure la necessità di riabilitare alcuni elementi.
Questo spiega perché alla domanda “dentista o parodontologo?” non esiste una risposta basata soltanto sul nome della malattia. È la complessità clinica del caso a determinare quali competenze siano necessarie e in quale momento del percorso.
Un approccio corretto prevede che il paziente venga seguito in maniera coordinata, evitando sia di sottovalutare la malattia sia di ricorrere automaticamente a procedure più complesse quando non sono necessarie.
Come viene diagnosticata la parodontite prima di iniziare la cura?
Prima di stabilire chi e come cura la parodontite, è necessario capire esattamente quale sia la situazione dei tessuti che sostengono i denti. La diagnosi parodontale non può basarsi soltanto sulla quantità di tartaro visibile o sul sanguinamento occasionale.
Uno degli strumenti fondamentali è il sondaggio parodontale. Attraverso una sottile sonda graduata vengono misurati gli spazi presenti tra denti e gengive in diversi punti. Queste informazioni permettono di individuare eventuali tasche parodontali e di valutare il livello di perdita di attacco.
Durante la visita possono essere analizzati anche altri elementi: sanguinamento al sondaggio, recessioni gengivali, mobilità dei denti, presenza di placca e tartaro e condizioni generali dei tessuti.
Quando necessario vengono eseguiti esami radiografici, che permettono di osservare il livello dell’osso intorno ai denti e di individuare eventuali aree in cui il supporto è stato ridotto dalla malattia.
Il dentista considera inoltre alcuni fattori individuali che possono influire sulla progressione della parodontite. Tra questi rientrano abitudini come il fumo, la capacità di mantenere una buona igiene orale e alcune condizioni sistemiche che possono modificare il rischio del paziente. Anche le raccomandazioni del Ministero della Salute sottolineano l’importanza di una prevenzione basata sul profilo di rischio individuale.
Questa fase è importante perché due persone con gengive apparentemente simili possono presentare quadri molto diversi. Una può avere una gengivite reversibile senza perdita di supporto, mentre l’altra può avere tasche profonde e una parodontite già evoluta.
Per questo non è consigliabile autodiagnosticarsi la “piorrea” sulla base di fotografie trovate online, né pensare che un semplice sanguinamento identifichi automaticamente una forma avanzata.
Una diagnosi accurata serve proprio a evitare sia allarmismi sia sottovalutazioni e consente di costruire una terapia proporzionata alla reale situazione clinica.
Come si svolge la cura della parodontite?
La terapia della parodontite non consiste generalmente in una singola procedura eseguita una volta per tutte. Viene organizzata attraverso diverse fasi, partendo dal controllo dell’infiammazione e dei fattori che favoriscono la progressione della malattia.
La prima parte del percorso comprende normalmente l’informazione del paziente e il miglioramento dell’igiene orale domiciliare. Questo passaggio è essenziale perché il trattamento professionale non può essere separato da ciò che accade ogni giorno a casa.
Successivamente viene eseguita la terapia parodontale non chirurgica, attraverso la rimozione professionale del biofilm e dei depositi presenti sopra e sotto il margine gengivale. L’obiettivo è ridurre l’infiammazione e creare condizioni favorevoli alla stabilizzazione dei tessuti. Secondo la Società Italiana di Parodontologia e Implantologia, la terapia attiva rappresenta la prima fase della cura e può essere non chirurgica oppure, nei casi in cui sia necessario, comprendere una fase chirurgica.
Dopo un periodo necessario alla guarigione viene eseguita una rivalutazione parodontale. Il professionista verifica se il sanguinamento si è ridotto, se le tasche si sono modificate e se gli obiettivi della prima fase sono stati raggiunti.
Quando alcune aree rimangono profonde o difficili da gestire, possono essere valutate ulteriori procedure. Non tutti i pazienti devono necessariamente arrivare alla chirurgia parodontale: la decisione dipende dalla risposta individuale al trattamento e dalle caratteristiche anatomiche delle zone interessate.
Il percorso può quindi comprendere, in base al caso:
- istruzioni personalizzate di igiene orale;
- rimozione professionale di placca e tartaro;
- strumentazione delle superfici radicolari;
- rivalutazione;
- eventuali procedure parodontali aggiuntive;
- terapia di mantenimento periodica.
È importante evitare trattamenti fai da te con bicarbonato, acqua ossigenata, sostanze irritanti o strumenti utilizzati per tentare di rimuovere autonomamente il tartaro sotto gengiva. Queste pratiche non permettono di trattare correttamente le tasche e possono provocare traumi ai tessuti.
Si può guarire dalla parodontite oppure può tornare?
Questa è una delle domande più importanti per chi riceve una diagnosi. La parodontite può essere trattata e controllata, ma richiede attenzione nel tempo perché è una patologia cronica e può riattivarsi se vengono meno il controllo professionale e una corretta igiene quotidiana.
La terapia attiva serve a controllare la malattia e ridurre i fattori che ne favoriscono la progressione. Una volta raggiunta una condizione clinica stabile, inizia quella che viene definita terapia parodontale di supporto, cioè il programma di controlli e sedute professionali stabilito sulla base del rischio individuale.
Non esiste quindi una frequenza identica per tutti. Una persona con una storia parodontale importante può aver bisogno di controlli più ravvicinati rispetto a un paziente con un quadro più semplice. Il calendario viene definito considerando la risposta al trattamento, la capacità di controllare la placca e gli eventuali fattori di rischio.
Il mantenimento non deve essere considerato come qualcosa di secondario rispetto alla terapia iniziale. Al contrario, rappresenta una parte essenziale del percorso perché permette di individuare precocemente eventuali segni di nuova attività della malattia.
Anche a casa il paziente svolge un ruolo centrale. È necessario pulire accuratamente non soltanto la superficie dei denti, ma anche gli spazi interdentali, utilizzando gli strumenti suggeriti dal professionista in base alla propria situazione.
Bisogna invece diffidare dell’idea che un collutorio o un prodotto acquistato autonomamente possa sostituire questa gestione. Un collutorio può essere indicato in determinate fasi e per periodi stabiliti dal professionista, ma non elimina da solo depositi sottogengivali, tasche o perdita di supporto.
Il risultato a lungo termine dipende quindi dalla collaborazione tra paziente, odontoiatra e igienista dentale, oltre che dalle eventuali competenze parodontali necessarie nei casi più complessi. La SIdP sottolinea proprio il ruolo della terapia di supporto e della collaborazione tra queste figure nel controllo della parodontite nel tempo.
Perché l’igienista dentale è importante se la parodontite viene curata dal dentista?
Odontoiatra e igienista dentale svolgono ruoli differenti ma strettamente collegati nel percorso parodontale. Il dentista è responsabile della diagnosi e della pianificazione terapeutica, mentre l’igienista partecipa in maniera importante alle fasi dedicate al controllo del biofilm, alla prevenzione e al mantenimento.
Durante la terapia può occuparsi della rimozione professionale dei depositi, delle istruzioni personalizzate per l’igiene domiciliare e del monitoraggio di diversi parametri parodontali nell’ambito del piano definito con l’odontoiatra.
Questo lavoro è particolarmente importante perché la parodontite non viene gestita soltanto intervenendo una volta sulle tasche. Occorre aiutare il paziente a imparare a controllare quotidianamente la placca nelle zone più difficili e mantenere il risultato ottenuto attraverso controlli periodici.
Durante gli appuntamenti possono essere valutati aspetti come:
- efficacia dello spazzolamento;
- pulizia degli spazi interdentali;
- presenza di sanguinamento;
- accumulo di placca o tartaro;
- condizioni delle gengive;
- rispetto del programma di mantenimento.
Il Ministero della Salute sottolinea l’importanza dell’igiene orale professionale nei soggetti che non riescono a controllare adeguatamente l’infiammazione con la sola igiene personale e raccomanda che la prevenzione venga adattata al rischio individuale.
Presso La Scala Centro Odontoiatrico, l’area prevenzione e parodontologia prevede l’impiego della sonda parodontale e protocolli dedicati alla salute dei tessuti di sostegno, con un’attenzione specifica anche alla gestione del disagio del paziente.
Il punto importante è quindi non pensare a dentista, parodontologo e igienista come figure in competizione tra loro. Nei percorsi parodontali funzionano meglio come parti coordinate dello stesso programma terapeutico, ciascuna con un ruolo preciso.
Perché non bisogna aspettare che i denti si muovano prima di farsi controllare?
Uno degli errori più comuni è associare la parodontite soltanto alle sue manifestazioni più evidenti, come denti mobili o importanti recessioni gengivali. In realtà, la malattia può svilupparsi per molto tempo con sintomi poco evidenti.
Il sanguinamento durante lo spazzolamento, ad esempio, viene spesso considerato normale. Non lo è necessariamente: una gengiva sana non dovrebbe sanguinare abitualmente durante una corretta igiene orale. Anche un cambiamento dell’alito, una sensazione di denti più lunghi o piccoli spazi comparsi tra gli elementi dentali meritano attenzione.
Aspettare la mobilità significa rischiare di arrivare alla valutazione quando una parte del supporto parodontale è già stata persa. La parodontite, infatti, determina progressivamente perdita dei tessuti che circondano il dente.
La diagnosi precoce consente invece di comprendere la situazione prima che il quadro diventi più complesso e di intervenire attraverso un percorso proporzionato allo stadio della patologia.
Anche in questo caso i rimedi domestici possono essere fuorvianti. Se le gengive sanguinano, smettere di spazzolare quella zona per paura di irritarla ulteriormente può favorire un maggiore accumulo di placca. Allo stesso modo, affidarsi esclusivamente a un collutorio può far percepire temporaneamente la bocca più fresca senza affrontare il problema che causa l’infiammazione.
È quindi preferibile non aspettare un sintomo grave per capire chi cura la parodontite. Un controllo odontoiatrico permette di distinguere una condizione gengivale iniziale da una vera malattia parodontale e, se necessario, di organizzare gli approfondimenti successivi.
Cura la parodontite: dentista e parodontologo fanno parte dello stesso percorso
Alla domanda “chi cura la parodontite, dentista o parodontologo?” la risposta è quindi più semplice di quanto possa sembrare: il punto di riferimento iniziale è l’odontoiatra, che può diagnosticare e trattare la parodontite e stabilire se il caso richieda competenze parodontali più approfondite.
Il cosiddetto parodontologo non rappresenta un’alternativa al dentista, ma è un odontoiatra che dedica particolare attenzione alla parodontologia e che può essere coinvolto soprattutto nei quadri più complessi o nelle fasi terapeutiche che richiedono procedure dedicate.
Il percorso parte dalla diagnosi, prosegue con il controllo dell’infiammazione e dei depositi batterici e prevede una rivalutazione. Nei casi che lo richiedono possono essere indicate terapie aggiuntive, mentre una volta ottenuta una condizione stabile diventa fondamentale il mantenimento nel tempo.
La collaborazione del paziente rimane essenziale. Nessun trattamento professionale può sostituire completamente una corretta igiene quotidiana, così come l’igiene domiciliare da sola non può trattare una parodontite già presente.
Presso La Scala Centro Odontoiatrico a Pistoia, la prevenzione e la parodontologia fanno parte delle aree cliniche dello studio, con un percorso che mette al centro la valutazione della persona, il dialogo e la definizione di un piano di cura individuale.
Comprendere per tempo lo stato delle proprie gengive permette quindi di sapere se è sufficiente un percorso di prevenzione oppure se sia necessario affrontare una vera terapia parodontale, individuando le figure professionali più adatte alla situazione.
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